Associazioni vedovili

 

Le associazioni vedovili chiedono nuove politiche sociali, fiscali e previdenziali per tornare a guardare avanti con speranza. Un cambio di rotta destinato a cancellare anche i pregiudizi culturali e i troppi luoghi comuniche affliggono chi è rimasto solo.

di Luciano Moia


Riproduzione  dal n. 92 di "Noi, genitori & figli" del 18/12/05



 

Gli psicologi definiscono il divorzio "un evento stressante grave" e la morte del coniuge "un evento stressante estremo". Una sottolineatura che non lascia scampo al compromesso. La morte sconvolge ogni equilibrio, ridefinisce le dinamiche familiari, obbliga a girare pagina. Di vedovanza non si parla spesso, non è un tema di moda. In questi ultimi anni sono stati organizzati numerosiconvegni sul problema della separazione. I contributi al tema della vedovanza — a parte i tre convegni organizzati dall'Ufficio Famiglia Cei nel '97, '99 e 2001 -sono stati invece scarsi. E tutti finora sul fronte pastorale. Eppure nell'ambito della vedovanza esiste un ampio ventaglio di difficoltà civili, giuridiche e sociali che non sono mai state affrontate in modo esauriente.


Bisognerebbe incominciare dalle cifre. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci sono circa 5 milioni di persone vedove: 3.816.032 donne e 694.577 uomini. Cinque vedove per ogni vedovo. Questo vuol dire che un numero crescente di donne - vedove o separate - si trova a far fronte a sempre una maggiore precarietà delle relazioni familiari, con un conseguente, pesante costo individuale e sociale. I nuclei formati soltanto da un solo genitore hanno nell'83 per cento dei casi una donna come unica figura di riferimento. Sia perché è maggiore la probabilità per le donne di rimanere vedove rispetto agli uomini, sia perché in seguito a una separazione o divorzio i figli sono abitualmente affidati alla madre.


E poi c'è un'altra questione importante: per la donna l'investimento nel ruolo materno e familiare è tradizionalmente più elevato. Ecco perché non deve stupire che anche in una società dove gli affetti sono sempre più liquidi, ondivaghi e - come erroneamente si crede -intercambiabili, ci sia tuttora un elevatissimo numero di donne che si sentono sposate anche dopo la morte del coniuge. Una consapevolezza che non esclude la possibilità di avviare una nuova relazione, ma che la rende sicuramente più difficile. Lo testimonia la crescente percentuale di vedove sotto i quarant'anni con figli a carico.


Una situazione che comporta non poche difficoltà. Ci sono problemi nel ridefinire la propria identità personale e il proprio ruolo all'interno della famiglia, problemi nell'educazione dei figli, problemi con la famiglia di origine del partner defunto e con la rete delle amicizie, problemi economici spesso molto pressanti, problemi fiscali, diritti che sono realmente venuti meno. Anzi, autentiche iniquità giuridiche, a cominciare dalla pensione di reversibilità che le vedove -a differenza della donne separate e anche risposate -si vedono pesantemente decurtare a causa del divieto di cumulo variante in base al reddito con criteri penalizzanti. Insomma una serie di difficoltà concrete che vanno ad aggiungersi al dolore per la scomparsa del coniuge e rischiano di rendere la vita davvero invivibile.


«FACCIO FATICA A DIRMI VEDOVA È UNA PAROLA DURA»

Ne sono testimonianza le dichiarazioni delle protagoniste stesse, raccolte tra Milano, Roma e Lecce, poi confluite nella prima Ricerca nazionale sulla situazione socio-culturale della vedovanza in Italia. Il dossier è stato presentato nelle scorse settimane a Roma, nell'ambito di un convegno organizzato dall'Associazione Il Melograno con l'appoggio del Forum e dell'Ufficio Cei per la pastorale della famiglia.

Ecco alcuni scampoli delle interviste. Emma: «Faccio fatica a dire vedova... non so, mi sembra una parola dura». Giovanna: «Anche la carta d'identità era un problema. Una deve dire se è sposata o se è libera. Sarà una banalità, ma a me non va di dire che sono single». Gemma: «Non mi sentivo più di uscire, né di guidare l'automobile. Mia figlia però mi è sempre stata molto vicina. Mi ha incoraggiato e mi ha detto. "Dai mamma, papà non vuole che fai così". Se fossi stata sola non so come avrei fatto». Daniela: «Da parte di mio marito praticamente sono spariti anche i suoi fratelli. Un fratello in particolare ne ha approfittato per mettere le mani su tutto quello che poteva». Caterina: «I rapporti con gli amici sono cambiati: prima uscivamo tutti in coppia, adesso non mi trovo più a mio agio, né loro mi invitano». Gina: «La Messa e la Comunione sono state il mio sostegno forte che mi hanno infuso forza per superare le difficoltà». Luisa: «Non sono mai stata invidiosa, ma adesso mi possono turbare le coppie anziane, due teste con i capelli grigi... e io».


«CHIEDIAMO AIUTI NELL'EDUCAZIONE DEI FIGLI»

Un arcipelago di sofferenza silenziosa, ancora oggi segnato da troppi luoghi comuni. L'inchiesta è stata illustrata dal sociologo Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia) che l'ha realizzata in collaborazione con i movimenti vedovili. Tutti di grande significato gli ambiti indagati. Innanzi tutto la difficoltà di ridefinire la propria identità di genitore e di persona dopo la morte del coniuge. «Dalle interviste - ha spiegato Belletti - risulta chiaro l'investimento nel ruolo di moglie e di madre operato da tutte le donne intervistate. L'identità di lavoratrice invece, salvo qualche rara eccezione, sembra più marginale». Interessanti spunti di riflessione sono poi arrivati dalle domande sulle famiglie di origine. «Fonte di sostegno per le donne vedove - ha detto ancora il sociologo - ma anche arma a doppio taglio perché la dipendenza economica innesca tutta una serie di dinamiche molto complesse, come i conflitti educativi e il ritorno alle condizioni giovanili non sempre tollerate con facilità». Le interviste hanno poi indagato la rete delle amicizie, il rapporto con i figli, i problemi economici, il rapporto con la fede e con le istituzioni ecclesiastiche.


Un quadro che è servito alla presidente dell'associazione II Melograno, Amelia Cucci Tafuro, per avanzare una serie di richieste concrete: «Chiediamo nuove, significative politiche di sostegno, più adeguate norme previdenziali, facilitazioni per l'ingresso nel mondo del lavoro, aiuti per l'educazione dei figli con tariffe agevolate per i vari servizi. Non abbiamo scelto la solitudine, ma adesso - ha concluso - siamo costrette a "far famiglia" da sole. Crediamo che anche le famiglie vedove abbiano il diritto di essere considerate famiglie a tutti gli effetti. Senza aggettivi». Un'attenzione nuova insomma, anche sotto il profilo culturale, indispensabile alle persone vedove per guardare avanti con nuove speranze, abbattere i pregiudizi e ricominciare a sorridere alla vita. ♦