L'arte di litigare e di chiedere scusa

 

Riproduzione parziale dal n. 213 di "Noi famiglia & vita" del 18/12/2016

 

di Edoardo Tincani

 

A dar retta al Papa venuto dalla fine del mondo, sulla porta d'ingresso di ogni famiglia devono essere iscritte tre parole magiche: "permesso?", "grazie" e "scusa".
Penso che la prima sia la più inusitata: ma come, devo chiedere permesso in casa mia? Sì, se non voglio ritrovarmi a considerare dovuto, nel matrimonio, ciò che in realtà rimane donato, giorno dopo giorno. O, peggio, a esigere quello che si dovrebbe chiedere gentilmente. La pretenziosità va spesso a braccetto con l'ingratitudine, nonostante la parola "grazie" appartenga ancora saldamente al mio vocabolario di figlio-marito-padre, o così almeno mi sembra. Per quanto riguarda "scusa", beh, il discorso è complesso: lo scusometro di coppia, a parole, pende dalla mia parte, ma tante volte nei miei discorsi c'è più apparenza che sostanza e la fretta di archiviare la discussione ha la meglio sul bisogno di chiarire i malintesi con il tempo e la sincerità necessari. Con gli anni mi sono reso conto che le liti non vanno temute. …
In questo campo non si sono protocolli validi per qualsiasi caso, tuttavia io e Lucia ci siamo dati qualche paletto per non trasformare gli scontri in un ring con coinvolgimento di piatti e di figli.
Abbiamo fatto una scelta precisa: prima di tutto definiamo bene qual è il problema e ci impegniamo a tenerne fuori familiari, amici e amiche, colleghi,... Ci si scontra ad armi pari. Lo scopo del dialogo, o del monologo commentato a seconda delle situazioni, non è stabilire chi ha ragione, perché l'animosità fine a se stessa nuoce comunque al "noi" futuro. Costruttivo è solo ascoltarsi, riascoltarsi, provare a spiegare gli stati d'animo più reconditi e magari a capirsi, sapendo che oltre un certo margine non ci si può cambiare: in fondo ci siamo piaciuti anche per la nostra diversità!
Una volta individuato l'oggetto del contendere, il difficile è stare sul pezzo, cioè in argomento: ognuno dei due è arbitro della questione. I falli più ricorrenti sono la verbosità, l'analogia con altre liti, il rivangare e rinfacciare errori precedenti, l'offesa o la critica fine a se stessa. Spesso sono uscito dal campo per somma di ammonizioni ... l'importante è tornare a giocare prima possibile e in modo più corretto. Raramente è capitato che il sole sia tramontato sulla nostra ira, e comunque l'alba in questi casi ha un sapore molto triste. Quindi è sempre meglio terminare la discussione, tra le lacrime o con un sorriso, se possibile rimanendo vicini. Meglio essere contiguamente arrabbiati che pacificamente distanti.


Il gratis che costa
(…) Credo che il matrimonio sia un grandissimo banco di prova della gratuità. Gratuità viene da "gratia" (dono, appunto), quindi intanto è importante vedere nel coniuge un dono e trattarlo come tale. La presenza di più figli, poi, è una continua richiesta di affetto e amore gratuito. Assediano, sporcano, distruggono. Però a loro volta sono gratuiti. Cosa potrebbero darci in cambio, di non gratuito? A volte sono provocatori, interessati, subdoli. Però sanno infondere il senso del dono, nella loro imprevedibilità o autonomia. Sono "mistero", che si professi o meno una fede. Prendersene cura ci richiede quotidianamente di trascurare altro: la vita mondana, per esempio; o l'ideale di perfezione domestica...
Col tempo ho imparato che esistono modalità di gratuità familiare attiva e passiva, entrambe importanti per il bene della famiglia. Sono gratuito se m'impegno a seguire mia figlia tutti i giorni nei suoi compiti (gratuità attiva). Ma sono gratuito (passivamente) anche quando subisco gli sfoghi rabbiosi di un bambino che pianta una grana, e so che se voglio educarlo devo non dargliela vinta; oppure se sopporto i decibel di troppo e accetto la frustrazione del figlio piccolo che si lamenta, è appiccicoso e non ti lascia combinare un'acca in casa, trattenendo la rabbia. In questi frangenti, uscire di casa per una commissione o per andare al lavoro è spesso gratificante, un vero sollievo. Il coniuge "più gratuito" è indubbiamente quello che resta in trincea a sobbarcarsi il figlio, il telefono che suona, il pasto da preparare. La gratuità più non è gratificante e più è autentica.


Le invasioni digitali
Le comunicazioni di servizio, in una famiglia di sette persone, tendono giocoforza a intasarsi. Quelle interne si concentrano nelle ore dei pasti, con emissioni incrociate di voci da cui mi sento sovrastato; ogni tanto cerco di intervenire per regolare il traffico, con la stessa sicurezza di un vigile che porti il suo piedistallo in mezzo all'autostrada. Fin qui, però, sono ancora comunicazioni all'antica, da persona a persona; notizie che non appena mi riprendo dal frastornamento vado ad annotare su carta: il calendario, un post it o l'inseparabile agenda.
Il problema più complesso da gestire sono diventate le comunicazioni con l'esterno. Da quando la tecnologia digitale si è impadronita di una quota stabile delle nostre esistenze, anche la famiglia si ritrova a vivere sulla Rete, anzi nella nube, dove non esiste più baricentro o punto fermo. Il flusso di aggiornamenti, quasi sempre banali o interlocutori, è incessante dall'alba alla notte inoltrata, sommando quelli smistati dai genitori a quelli dei figli in età da cellulare. Qualche tempo fa ho provato a contare i messaggi - tra indirizzi e-mail, reti sociali, sms e WhatsApp - a cui sono tenuto a prestare attenzione per motivi di lavoro o di "casa": è vero che un giornalista è particolarmente sotto assedio, però l'approssimazione del totale è sempre a tre cifre, e oscilla fra giornate tranquille da 200 dispacci a veri e propri deliri da 600/700 input informativi. Non sono nato "social", ma al confronto di Lucia, che si sente "a-social" e ne va pure fiera, indossare la casacca da chat vivente tocca quasi sempre a me.