Crisi matrimoniale

L’educazione all’amore nel matrimonio

crisi matrimoniale

 

di Paola Tettamanzi

 

L’educazione all’amore nel matrimonio è uno dei temi più significativi di Amoris laetitia. Papa Francesco è convinto che «la pastorale prematrimoniale e la pastorale matrimoniale devono essere prima di tutto una pastorale del vincolo, dove si apportino elementi che aiutino sia a maturare l’amore, sia a superare i momenti duri» (AL, 211). Tutto il capitolo IV del documento in cui il Papa ripercorre in chiave coniugale l’Inno alla carità di san Paolo (1 Cor, 13,2-3) va inquadrato in questa prospettiva. «Non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare» (AL, 89).
L’amore di cui si parla troppo spesso, quell’amore che Francesco definisce "sfigurato" dal linguaggio comune, dai media, dalle tante ambiguità che finiscono per essere sintetizzate con questa espressione, va invece riportato al suo significato originario che è quello della quotidianità di moglie e marito. E quindi un amore capace di sintonizzarsi sulla pazienza, sulla benevolenza, sulla capacità di non vantarsi, sull’amabilità, sul distacco generoso e su tutte le altre virtù indispensabili per costruire giorno dopo giorno l’armonia tra lei e lui. Francesco lo spiega con tono pacato, immediato, familiare appunto. Perché la pastorale, spiega, deve offrire «percorsi pratici, consigli bene incarnati, strategie prese dall’esperienza, orientamenti psicologici. Tutto ciò configura una pedagogia dell’amore che non può ignorare la sensibilità attuale dei giovani, per poterli mobilitare interiormente» (AL, 211).
Da qui la necessità di un accompagnamento che si estenda e  si consolidi nei primi anni del matrimonio, con pazienza e costanza, «perché l’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito... Ci vuole tempo per dialogare, per abbracciarsi senza fretta, per condividere progetti» (AL, 224). Attenzioni che spesso non bastano ad evitare le crisi. La pastorale avrebbe molto da dire in questi momenti ma la maggior parte dei coniugi non vi ricorre perché, annota il Papa, non lo ritiene un aiuto «comprensivo, vicino, realistico, incarnato. Per questo cerchiamo ora di accostarci alle crisi matrimoniali con uno sguardo che non ignori il loro carico di dolore e di angoscia» (AL, 233). Una sfida fondamentale da affrontare, attingendo a tutte le risorse della psicologia e della spiritualità nell’ottica della comprensione e del superamento del conflitto. Ecco perché la pastorale non può più permettersi di rimanere in disparte.
Non bisogna certamente dimenticare che  l’anno della pandemia ha messo alla prova le famiglie italiane. Il primo bilancio sullo stato di salute delle coppie e delle famiglie dopo questo anno di Covid è preoccupante: secondo i conti dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani già nel corso del 2020 ci sarebbero state un 30% in più di richieste di separazioni, di cui la metà giudiziali, cioè non consensuali. Come dire: ci si è lasciati tanto, e peggio. Ancora: sempre secondo l’Ami, a causa del blocco dei tribunali (causa Covid), sarebbero qualcosa come 10mila le coppie in attesa di un giudizio provvisorio, al momento costrette a convivere sotto lo stesso tetto, loro malgrado. Il pensiero vola a loro, a chi è in attesa. Ma anche a chi ancora non ha deciso di procedere per carte bollate e che tuttavia in questi mesi sta misurando il fallimento del proprio progetto di vita, le crepe del rapporto coniugale, la stanchezza, le incomprensioni, le ferite di un tradimento.
Si possono rimescolare le carte e provare a uscire da una crisi senza separarsi? Può, questo tempo di restrizioni e di isolamento diventare la palestra per provare a rimettere in piedi un rapporto e tenere unita una famiglia, specialmente se ci sono figli?  
Guide non ce ne sono, suggestioni sì. Tutte da prendere in esame, se è vero che della scelta di lasciarsi ne va l’intera vita, oltre quella di mediamente altre 10 persone attorno: il coniuge, i figli, le rispettive famiglie di origine, gli amici più cari. Un buon punto di partenza, sembra banale, è fermarsi a riflettere su se stessi, su cosa è cambiato dentro se stessi e cosa nell’altro: è il percorso da fare, in particolare, quando all’origine della separazione (ed è la situazione che va per la maggiore, nonostante le restrizioni) c’è un tradimento. «Seppur nella forma di un monologo che non prevede contraddittorio, non pone domande inopportune e non esige alcuna risposta, il parlare con se stessi placa l’ansia e sollecita riflessioni», spiega lo psicoterapeuta Salvatore Palazzo, che è autore di un libro pubblicato di recente da San Paolo e intitolato proprio Guarire dalle ferite del tradimento. Il “segreto” di una crisi di coppia è un peso insopportabile capace di sgretolare le persone, innescando a intermittenza rabbia, paura, vergogna, senso di colpa. Condividerlo, proprio come si è condiviso il matrimonio, aiuta: prima con noi, poi con gli altri (il coniuge, gli amici, i parenti, il terapeuta). Parlarne, scontrarsi anche, e da capo, di nuovo: nel dialogo le cose prendono via via forma e si definiscono, così da poterle mettere sul tavolo della consapevolezza prima, delle decisioni poi. Serve, in seconda battuta, ragionare. Con la testa,  non solo con il cuore. E qui va rimessa subito in questione la grande illusione che una relazione sfociata nel matrimonio sia solo questione di sentimento, di quello che abbiamo sentito e sentiamo: «Non sono soddisfatto», «Non sono contento», sono le frasi che mille volte si sentono da chi è arrivato vicino a una separazione. Il punto è che «una promessa, per essere mantenuta, si deve necessariamente basare su qualcosa che possiamo controllare – scrive in un altro libro dedicato al tema, Sei buone ragioni per non separarsi (San Paolo), l’esperto di formazione Giuseppe Falcone – . La nostra esperienza ci dimostra che noi abbiamo il controllo sulle nostre azioni, non sulle nostre emozioni, che per natura sono molto più volatili. Non posso prometterti che domani ti farò sentire felice, o soddisfatta. Posso però prometterti di accompagnarti all’aeroporto, o uscire con te, o parlarti in modo cortese». La sfida, insomma, è provare a ripensare la promessa del matrimonio in termini di azioni, non solo di emozioni. Di reale, invece che di ideale. E di provare a mantenerla su questo piano facendo qualcosa per il coniuge, per i figli, per la famiglia, e misurando anche l’amore che riceviamo in termini di azioni effettivamente compiute dall’altro. Tra cui figurano l’ascolto, il perdono (anche nel caso complicatissimo del tradimento), il sacrificio. Si resta insieme per dovere e non per amore, allora? No, se si riesce nell’operazione – non facile, certo – di capire che l’amore è una scelta, «e più precisamente il volere il bene dell’altro – continua Falcone –. Una decisione ferma di uscire da noi stessi e andare incontro all’altro, al suo mondo, ai suoi bisogni». Dove per “l’altro” c’è il coniuge, ma anche i figli: che pur nella sofferenza da mettere in preventivo quando mamma e papà non si capiscono e litigano, più di tutto vogliono una famiglia unita. E a cui può essere insegnato, o dovrebbe esserlo sempre di più, che la conflittualità è possibile, che fa parte dei rapporti umani e che può essere risolta nell’interesse di tutti.
   Decidere unilateralmente di far finire un matrimonio  - perché questo avviene nella maggior parte delle separazioni ed è anche ciò che la legge consente -  senza tenere conto del parere dell’altro, è una forma di sopruso.  Purtroppo, troppo spesso, vale la volontà di uno soltanto. L’egoismo, tuttavia, non può e non deve essere il metro su cui costruiamo le relazioni, né tanto meno la vita sociale: i nostri interessi devono valere quanto quelli degli altri. E l’amore non è soltanto qualcosa che diamo e togliamo a nostro piacimento, ma un dono che riceviamo e condividiamo con qualcuno.

Separarsi fa male?

Separarsi fa male? Certamente sì,  lo documentano tutti gli studi nazionali e internazionali sul fenomeno. Sul piano economico, le famiglie si impoveriscono: gli uomini quasi sempre devono pagare gli alimenti e trovare una nuova casa (o, più spesso, tornare in quella dei genitori),  le donne restano sole nel mantenimento dei figli. Anche lo Stato si impoverisce: si pensi alle spese per i patrocini gratuiti, ai fondi di sostegno. Ma separarsi ha anche un costo psicologico enorme: per i coniugi e, soprattutto, per i bambini. I casi di cronaca che lo documentano sono purtroppo frequentissimi e strazianti.
Non bisogna poi dimenticare che separarsi spesso non risolve i problemi e molto spesso li aggrava.  Il matrimonio è una promessa: ne deriva, secondo il Codice civile, «l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione». Non si promettono emozioni e sentimenti, ma azioni. Ed è sul piano delle azioni che dovrebbe poter essere sciolto: violenze, soprusi, abusi. Per tutti gli altri casi non esiste una struttura adeguata – né sul piano civile né su quello ecclesiale – per prevenire e mediare.
E poi c’è il discorso dei figli. Per i figli è meglio vivere in una famiglia unita: varie ricerche hanno dimostrato che – eccetto casi di violenza e abusi – i figli soffrono di più per la rottura del matrimonio che per i conflitti familiari, naturalmente non nel caso di conflitti dirompenti e drammatici. Il conflitto controllato fa parte delle relazioni: bisognerebbe allora dimostrare ai bambini che nei rapporti è normale il confronto e che è possibile risolverlo. C’è anche un risvolto morale ed educativo nel decidere di restare insieme: si insegna ai propri figli a non arrendersi, ad avere fiducia nell’amore e nella famiglia.
Infine una persona sposata non è un’entità separata dal resto del mondo. Decidere unilateralmente di far finire un matrimonio  - perché questo avviene nella maggior parte delle separazioni ed è anche ciò che la legge consente -  senza tenere conto del parere dell’altro, è una forma di sopruso.  Purtroppo, troppo spesso, vale la volontà di uno soltanto. L’egoismo, tuttavia, non può e non deve essere il metro su cui costruiamo le relazioni, né tanto meno la vita sociale: i nostri interessi devono valere quanto quelli degli altri. E l’amore non è soltanto qualcosa che diamo e togliamo a nostro piacimento, ma un dono che riceviamo e condividiamo con qualcuno.