«Distanze azzerate, addio autorevolezza»

 

Riproduzione  parziale dal n. 215 di "Noi, famiglia & vita" del 26/02/2017
 
di Paola Molteni

 

«A un bambino adultizzato corrisponde un adulto rimasto adolescente ». Ne è convinto l’antropologo Leonardo Menegola, studioso attento ai processi legati alla crescita dei giovanissimi. «L’adultizzazione dei piccoli è uno dei nuovi costumi nella storia della società italiana, così come lo è la diffusa 'infantilizzazione' degli adulti, uomini e donne ancora alle prese con il mito della giovinezza, del successo e della carriera, incapaci perciò di prendersi cura delle nuove generazioni. Oggi si arriva a essere genitori quando ancora si sta costruendo il proprio percorso professionale e perciò ci si sente centrati su di sé, come adolescenti, appunto, intenti a coltivare la propria realizzazione». Ecco quindi che il bambino, spiega il docente, diventa parte integrante di questo processo di gratificazione, come una proiezione di sé o ancora come la tessera di un mosaico che compone la vita dell’adulto. «Crescere un figlio – osserva ancora Menegola – più che maturare responsabilità educative e compiti di tutela, diventa parte di un progetto narcisistico che punta al compiacimento. E sempre secondo la logica della gratificazione si giustifica anche la tendenza a soddisfare ogni capriccio del bambino e il desiderio di crescerlo secondo ideali di perfezione e di eccellenza, inseguendo il mito del 'figlio di successo'».
Secondo l’antropologo l’adultizzazione dell’infanzia è anche l’effetto di una spirale perversa che attraversa le nuove configurazioni familiari. «Alla base di questo capovolgimento – spiega – c’è sicuramente il cambiamento nelle relazioni tra adulti e bambini, un confine diventato sempre più labile. Nelle abitudini, nel linguaggio e perfino nell’abbigliamento genitori e figli sono sempre più simili, segno di un sistema educativo che non tiene conto della necessaria distanza tra ruoli che riconosca da un lato le responsabilità dell’adulto e dall’altro le richieste di cura dei piccoli. Fino a qualche decennio fa questa asimmetria tra padri e figli, che portava spesso all’autoritarismo e a volte alle punizioni, garantiva però l’equilibrio e il rispetto delle regole. Il superamento di quell’autoritarismo ha portato i genitori a diventare intimi e complici ma mette tuttora alla prova la loro capacità di autorevolezza, il saper dire quei no che educano e rendono i figli forti dal punto di vista delle relazioni e dell’emotività». Sembra un paradosso – fa notare ancora l’esperto – ma questa sorta di fusione tra genitori e figli e questi legami fin troppo invischiati derivano proprio dal distacco che avviene nella vita quotidiana. Infatti affidare il bambino a tate, asilo, scuola e luoghi ricreativi per buona parte della giornata crea una separazione forzata che impedisce poi di conoscere e comprendere la sua vera essenza. Se ci fosse invece un contatto più costante tra genitori e figli aumenterebbe la capacità di osservare e capire il mondo del bambino e la sua complessa realtà in divenire. Allora forse ci risulterebbe più facile essere capaci di riconoscere la specificità dell’infanzia che si sta invece trasformando in una concezione astratta e troppo spesso idealizzata».